Barbara Esposito
Perché hai scelto la carriera artistica?
Per necessità, ma senza premeditazione. E’ stata una scelta istintiva a cui probabilmente non ero pronta.
La cosa più difficile di allora è stata capire su quale livello porre la mia ricerca. La cosa più importante di adesso è mantenere quel livello.
Qual è stata la tua formazione?
Ho fatto il liceo classico. Finito il liceo, intraprendere studi artistici non è stato un passaggio diretto. Ho fatto alcune esperienze nel campo del restauro e del design, poi ho deciso di iscrivermi a Pittura all’Accademia di Belle Arti di L’Aquila. Mentre strutturavo la mia ricerca, ho fatto varie esperienze tra workshop, stage e residenze artistiche entrando in contatto con artisti che hanno in qualche modo segnato il mio percorso. Ho avuto l’opportunità di osservare da vicino e confrontarmi con qualcosa che non si impara sui libri, né andando alle mostre. Durante il primo anno d’accademia, per esempio, ho incontrato Daniel Spoerri in una fonderia toscana. Sapevo appena chi fosse e mi ritrovavo a lavorare su una sua scultura (Io, James Ensor). Venne per montare le parti di un’opera in bronzo. La leggerezza e l’equilibrio che usò nel farlo sono rimaste impresse nella mia mente a lungo.
Un altro incontro determinante è stato quello con Fabio Mauri. Conversare con lui, credo che sia stato in assoluto uno dei momenti più formativi della mia vita.
Hai dei modelli di riferimento artistico e culturale?
Sì. Una volta individuato un modello mi diverte appropriamene per inserirlo in un pattern in cui non esistono gerarchie e dove la cronologia degli eventi subisce una contrazione metastorica. E’ il principio del sampling e il sampling, per me, è un metodo rigoroso e non per forza scientifico per dare forma ad un pensiero critico.
Una delle basi culturali più significative per la mia ricerca è stato ed è tuttora “Costruire, abitare, pensare” di Martin Heidegger. A questo lego, per un intreccio d’esperienze e d’inclinazioni personali, “Tecnologie del sé” di Michael Foucault. Il mio lavoro ruota intorno allo spazio e nasce come riflessione sull’identità tra spazio e corpo, per cui questi due saggi costituiscono i pilastri di una visione complessiva in cui io cerco di dare una collocazione alle due parti del discorso.
Dal punto di vista teorico, il mio attuale interesse verso le pratiche comunicative ha come riferimento la visione di Massimo Di Felice in “Paesaggi post-urbani. La fine dell'esperienza urbana e le forme comunicative dell'abitare”.
A livello visivo, riconosco il ruolo determinante dell’iconografia gotica (soprattutto la rappresentazione dello spazio in Giotto e Beato Angelico a San Marco) e la pittura solida di Cézanne. Per altri versi, è stato importante Piranesi, letto attraverso Joyce e Ejzenstein. Marcel Duchamp, soprattutto per l’Etant Donnes. Gordon Matta Clark e le Conical Intersects.
Cosa pensi della situazione artistica in Italia e a livello internazionale?
In una situazione di crisi globale trovo sensato parlare di ecologia, ecologia culturale, ecologia politica, ecologia dell’arte. L’arte diventa ecologica quando crea degli spazi vitali di condivisione, ponendosi come risorsa per la formulazione di spunti, per rifiutare la paralisi e reagire. Tra l’Italia e l’ambito internazionale non esiste una corrispondenza né di risorse né di possibilità. In Italia, più che a livello internazionale, il sistema dell’arte è chiuso e, spesso, non riesce a rappresentare la varietà delle ricerche e delle produzioni artistiche, né a mettere in condizioni l’artista (soprattutto giovane) di trovare una sua collocazione nel tessuto sociale e istituzionale. Credo che sarà così fino a quando l’attività dell’artista non sarà riconosciuta come un lavoro.
Ci racconti come nasce e si sviluppa il tuo lavoro, concettualmente e manualmente?
Il mio lavoro nasce dall’interesse per lo spazio e le relazioni possibili con il fruitore. L’idea di cogliere le potenzialità di questo rapporto mi ha portata a considerarne gli aspetti ambigui e non immediatamente percettibili. Ho sperimentato, quindi, diversi approcci che vanno dall’analisi architettonica dei luoghi alla creazione di codici visivi che potessero sintetizzare l’idea dell’abitare. Progettare un intervento per un luogo, qualsiasi sia la sua destinazione d’uso, comporta la valutazione della sua “visibilità” e “vivibilità”. In questo senso, lo spazio è per me il setting ideale per tradurre il legame tra riflessione estetica e dimensione umana: dove esiste una stratificazione di relazioni, lì si produce esperienza.
La mia ricerca è supportata a livello formale da un principio base che è l’essenzialità, per questo motivo ho proceduto verso una semplificazione progressiva degli elementi grammaticali dell’immagine. Ho iniziato, infatti, a lavorare con il bianco e nero in pittura e sono approdata al disegno a matita dove campeggia il bianco. A queste scelte, si aggiungono modalità operative che ricorrono allo slittamento visivo tra dato reale e opera, alla sovrapposizione dei punti di vista, a tautologie più o meno esplicite.
Attualmente credo di aver raggiunto un equilibrio tra la fase di progettazione dell’opera e la sua realizzazione rendendole indistinguibili. Laddove non esiste più un confine preciso tra immagine e oggetto, tra il visibile e l’immaginario, tra le prospettive e le interpretazioni, ho ipotizzato che ci fosse ancora qualcosa da dire.
Cosa hai voluto dire nelle opere che esponi nella nostra mostra?
Formalmente il progetto per Papiroflexia ruota intorno all’origami, l’antica arte di piegare la carta, che è il pretesto per la creazione di un’esperienza per me inedita. Ho pensato che il contesto universitario e la struttura del progetto-mostra fossero una base ideale per tentare una avanzamento del mio lavoro in senso relazionale. Perciò, il fine principale dell’opera non è l’installazione in sé ma il processo, la costruzione condivisa di un’esperienza dove due aspetti del nostro quotidiano vengono messi a confronto.Il tentativo è quello di far coesistere una pratica derivata dalla tradizione attraverso gli strumenti della comunicazione contemporanea. Da qui nasce la combinazione di indicazioni operative che rappresentano due dimensioni, quella off-line e quella on-line. In un tale contesto, il fruitore non solo può assegnare all’una o all’altra dimensione la validità che ritiene più sintonica, ma scegliendo una propria modalità interpretativa può intervenire contribuendo alla realizzazione dell’opera. In questo modo, la “scelta” assume una centralità determinante diventando un atto creativo.
Riesci a vivere del tuo lavoro?
Sono consapevole del fatto che la mia ricerca ha delle caratteristiche un po’ distanti dalle logiche di mercato. Mi chiedo cosa comporterebbe, al di là della soddisfazione personale, vivere del mio lavoro artistico. Questo è uno dei motivi per i quali per ora scelgo di collaborare o interagire con realtà espositive più o meno indipendenti o non commerciali, piuttosto che cercare una galleria di riferimento. In ogni caso, si, ci sono occasioni in cui c’è un ritorno economico.
Qual è il tuo rapporto con il pubblico che visita le tue mostre? È cambiato nel corso degli anni?
Il mio rapporto con il pubblico è cambiato nel tempo. Questo cambiamento lo ha imposto il mio lavoro. Nelle installazioni site-specific, dove ricreo lo spazio esistente, il fruitore ha un ruolo centrale. E’ in sostanza la chiave di tutta la rappresentazione perché con la propria presenza risolve i rapporti di ambiguità che determino tra gli elementi bidimensionali dell’opera e la tridimensionalità dello spazio. La maggior parte delle opere che realizzo, richiedono la partecipazione del pubblico, sia a livello corale che individuale. Credo che sia il miglior modo di fare il mio lavoro.
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